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La sofferenza è la legge dell'umanità, così come la guerra è la legge della giungla.
Ma la sofferenza è enormemente più potente della legge della giungla, ed è in grado di convertire
l'avversario e aprire le sue orecchie alla voce della ragione.
Quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione ma anche toccare i cuori.
L'appello della ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza.
Essa dischiude la comprensione interiore dell'uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della specie umana.
L'uomo ha costantemente progredito verso la nonviolenza. I nostri più remoti antenati erano cannibali.
Poi sopraggiunse un'epoca in cui ne ebbero abbastanza di cannibalismo e cominciarono a vivere di caccia.
In seguito venne il momento in cui l'uomo si vergognò di fare la vita del cacciatore errabondo.
Perciò si dedicò all'agricoltura e si affidò soprattutto alla madre terra per averne cibo. Così, da nomade che era,
si fissò in una vita stabile e incivilita. Fondò villaggi e città, e da membro di una famiglia diventò membro di una
comunità e di una nazione.
Tutti questi sono indizi del progredire della nonviolenza e del regredire della violenza.
Generale, il tuo carro armato
è una macchina potente
Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.
Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.
Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t'ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi". E quell'eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
L'addormentato della valle
E' una gola di verzura dove il fiume canta
impigliando follemente alle erbe stracci
d'argento: dove il sole, dalla fiera montagna
risplende: è una piccola valle che spumeggia di raggi.
Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell'erba, sotto la nuvola,
pallido nel suo verde letto dove piove la luce.
I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridente come
sorriderebbe un bimbo malato, fa un sonno.
O natura, cullato tiepidamente: ha freddo.
I profumi non fanno più fremere la sua narice;
dorme nel sole, la mano sul suo petto
tranquillo. Ha due rose ferite sul fianco destro.
[…] Quel giorno a tavola il nonno disse a Mario:
– Dieci minuti prima di mezzogiorno dovresti salire dagli operai con due sporte e sei fiaschi di vino. Forse li potresti vendere tutti. Fu cosi che quando i capi suonavano il fischietto Mario faceva in modo di trovarsi sulle Laiten con le sporte e sei fiaschi. Girava tra gli operai che si accordavano tra di loro per mettere insieme le due lire e i quaranta centesimi. Qualche volta, quando il giorno della paga si era allontanato, chiedevano un fiasco di vino a credito e Mario, come gli aveva insegnato il nonno, concedeva senza prendere nota perché i poveri non imbrogliano. Venduto il vino si fermava ad ascoltare i loro discorsi. Un giorno ascoltò un racconto che lo impressionò. Il Nando dell'Ecchele disse che una sera, ritornando a casa dopo aver venduto il recupero ed essersi fermato con il Vu a bere un bicchiere alla Margherita, giunto ai Confini, proprio dove c'è la croce, si trovò davanti una fila silenziosa di soldati che attraversavano la strada. C'era la luna piena che ogni tanto usciva dalle nubi, in quel momento era chiaro e li vedeva bene. Erano pallidi, silenziosi, camminando non facevano rumore ma si sentivano i loro sospiri.
La lunga fila veniva dalle montagne a sud, attraversava la conca tra le colline e quindi risaliva per la Val di Nos verso le montagne piu alte. Altre file, spezzettate, la raggiungevano scendendo come rivoli dai monti. Non si vedeva da dove partissero, né dove arrivassero. Era rimasto li impietrito fino all'alba e quando ritornò la luce del sole, dopo che la luna era tramontata, tutto si dissolse.
– Sono le anime dei soldati morti,– disse un vecchio manovale che in guerra era stato nei conducenti.
– Ma erano Italiani o Austriaci?– chiese un altro.
– Non ricordo– rispose Nando.– Forse erano insieme.
– Per me,– disse uno,– avevi bevuto un bicchiere di troppo con il Vu. Chissà cosa ti avrà raccontato.
– Non avevo bevuto. Un mezzo litro in due è niente.
– Qui lavoriamo a costruire il monumento per le ossa dei soldati ma le loro anime vagano per queste montagne, – disse il primo che era intervenuto. Restarono in silenzio finché sentirono il fischietto del capo che li richiamava al lavoro. Anche Mario, turbato, ritornò a casa senza fermarsi nei prati e, salito nella sua camera, si mise al tavolino per scrivere una poesia che ora non c'è piu. Ne sono rimasti solo tre versi: «Nella fredda luce della luna / vanno insieme sulle montagne / i vivi e i morti».